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Un precedente di soldiarietà
Il 31 gennaio 2026 un nostro inviato, M., stava andando a Torino per documentare la manifestazione in solidarietà con lo spazio sociale Askatasuna. Non ci è mai arrivato. Oggi quel viaggio mai concluso si è trasformato, per M. e per altre due persone, in una condanna da 3.000 euro a testa e in una domanda che riguarda molte più persone di noi: si può essere puniti per quello che qualcuno pensa tu potresti fare?
Chi siamo, prima dei fatti
Chrono è un collettivo di comunicazione e informazione. M. collabora con il collettivo come inviato e svolge attività di documentazione sul campo. Né lui né le altre persone coinvolte in questa vicenda sono giornalisti iscritti all'albo, né pubblicisti né professionisti.
E non per mancanza di volontà: per l'inaccessibilità strutturale di questa professione. L'iter per l'iscrizione all'albo è lungo, rigidamente normato e selettivo per costruzione. Non dipende soltanto dalla competenza o dalla funzione sociale dell'informazione, ma anche dalla possibilità materiale di sostenere precarietà prolungata e auto-finanziamento. Per ragazzi poco più che ventenni provenienti da famiglie popolari come le nostre, questo percorso non è al momento sostenibile.
Lo diciamo perché conta per capire cosa è successo dopo: in questa vicenda M. non ha beneficiato di alcuna tutela connessa allo status di giornalista. Nessuna protezione simbolica, nessuna garanzia giuridica legata alla professione. È stato trattato come una persona comune, al pari delle altre quattro persone che viaggiavano con lui. Tutti e cinque erano incensurati.
E non per mancanza di volontà: per l'inaccessibilità strutturale di questa professione. L'iter per l'iscrizione all'albo è lungo, rigidamente normato e selettivo per costruzione. Non dipende soltanto dalla competenza o dalla funzione sociale dell'informazione, ma anche dalla possibilità materiale di sostenere precarietà prolungata e auto-finanziamento. Per ragazzi poco più che ventenni provenienti da famiglie popolari come le nostre, questo percorso non è al momento sostenibile.
Lo diciamo perché conta per capire cosa è successo dopo: in questa vicenda M. non ha beneficiato di alcuna tutela connessa allo status di giornalista. Nessuna protezione simbolica, nessuna garanzia giuridica legata alla professione. È stato trattato come una persona comune, al pari delle altre quattro persone che viaggiavano con lui. Tutti e cinque erano incensurati.
Cosa è successo il 31 gennaio
La mattina del 31 gennaio 2026 M. viaggiava in auto verso Torino insieme ad altre quattro persone. Aveva con sé una macchina fotografica, una action cam, un casco da bicicletta, una maschera antigas, occhialini protettivi e nove bustine di Maalox: attrezzatura che utilizzava per documentare situazioni nelle quali era prevedibile l'impiego di gas CS da parte delle forze dell'ordine. Le altre persone avevano occhialini da piscina e mascherine FFP3. Dopo il casello di Rondissone, verso le 10:00, l'auto viene fermata per quello che ci viene definito un normale controllo. Arrivano due agenti della DIGOS in borghese e fotografano i volti delle persone a bordo.
Verso le 11:00 il veicolo viene fermato una seconda volta in zona Torino Stura. Questa volta le cinque persone vengono fatte scendere e viene chiesto loro di aprire gli zaini. Gli agenti mettono da parte casco, maschera antigas, occhialini e Maalox. M. spiega le finalità dell'attrezzatura e mostra il materiale fotografico che aveva con sé, ma questo non modifica la situazione. Alla domanda sulla ragione del fermo, l'unica risposta ricevuta è che lo avremmo visto successivamente sulle carte.
Alle 11:30 viene comunicato alle cinque persone che saranno «accompagnate» in questura per qualche decina di minuti. Alle 12:00 arrivano al distaccamento di via Tirreno 337. Solo lì viene comunicato loro che il fermo sarebbe motivato dalla violazione di un'ordinanza della prefettura, che fino a quel momento non era stata specificata. Le cinque persone vengono chiuse in una cella da otto persone, già occupata da altre tre, in condizioni igienico-sanitarie gravi; poco dopo diventano dieci.
Nel corso delle ore vengono prelevate una alla volta: vengono raccolte le generalità e poi vengono effettuate le procedure della polizia scientifica, comprese fotografie segnaletiche, fotografie dei tatuaggi e impronte digitali. Per tutta la durata del fermo, le cinque persone non ricevono una spiegazione formale della contestazione e a M. non viene permesso di contattare il proprio avvocato, nonostante le numerose richieste. M. e le altre quattro persone escono dalla questura alle 21:30, dopo nove ore e mezza in cella.
Ad M. viene contestata la violazione dell'articolo 650 del codice penale e, come misura preventiva, viene notificato un foglio di via da Torino della durata di due anni, tuttora in vigore. Il provvedimento non riguarda alcuna condotta tenuta da M. durante la manifestazione, alla quale gli è stato impedito di partecipare. M. si trovava a sette chilometri dal corteo, quattro ore prima del suo inizio. L'articolo 650 punisce chi non osserva un provvedimento dell'autorità. Quel provvedimento, però, non era mai stato mostrato a M. né alle altre persone presenti in auto. Si trattava di un'ordinanza pubblicata a ridosso della manifestazione, di fatto la sera precedente, che non siamo riusciti a reperire con la facilità e l'accessibilità che un provvedimento di questo tipo richiederebbe.
Verso le 11:00 il veicolo viene fermato una seconda volta in zona Torino Stura. Questa volta le cinque persone vengono fatte scendere e viene chiesto loro di aprire gli zaini. Gli agenti mettono da parte casco, maschera antigas, occhialini e Maalox. M. spiega le finalità dell'attrezzatura e mostra il materiale fotografico che aveva con sé, ma questo non modifica la situazione. Alla domanda sulla ragione del fermo, l'unica risposta ricevuta è che lo avremmo visto successivamente sulle carte.
Alle 11:30 viene comunicato alle cinque persone che saranno «accompagnate» in questura per qualche decina di minuti. Alle 12:00 arrivano al distaccamento di via Tirreno 337. Solo lì viene comunicato loro che il fermo sarebbe motivato dalla violazione di un'ordinanza della prefettura, che fino a quel momento non era stata specificata. Le cinque persone vengono chiuse in una cella da otto persone, già occupata da altre tre, in condizioni igienico-sanitarie gravi; poco dopo diventano dieci.
Nel corso delle ore vengono prelevate una alla volta: vengono raccolte le generalità e poi vengono effettuate le procedure della polizia scientifica, comprese fotografie segnaletiche, fotografie dei tatuaggi e impronte digitali. Per tutta la durata del fermo, le cinque persone non ricevono una spiegazione formale della contestazione e a M. non viene permesso di contattare il proprio avvocato, nonostante le numerose richieste. M. e le altre quattro persone escono dalla questura alle 21:30, dopo nove ore e mezza in cella.
Ad M. viene contestata la violazione dell'articolo 650 del codice penale e, come misura preventiva, viene notificato un foglio di via da Torino della durata di due anni, tuttora in vigore. Il provvedimento non riguarda alcuna condotta tenuta da M. durante la manifestazione, alla quale gli è stato impedito di partecipare. M. si trovava a sette chilometri dal corteo, quattro ore prima del suo inizio. L'articolo 650 punisce chi non osserva un provvedimento dell'autorità. Quel provvedimento, però, non era mai stato mostrato a M. né alle altre persone presenti in auto. Si trattava di un'ordinanza pubblicata a ridosso della manifestazione, di fatto la sera precedente, che non siamo riusciti a reperire con la facilità e l'accessibilità che un provvedimento di questo tipo richiederebbe.
Il ricorso, e la condanna
Dopo il fermo e il successivo foglio di via, quattro delle cinque persone coinvolte (tra cui M.) hanno deciso di impugnare il provvedimento davanti al TAR del Piemonte, pagando 650 euro a persona per le pratiche di deposito. Insieme al ricorso è stata parallelamente chiesta anche la sospensione del foglio di via. Il provvedimento ha infatti una durata di due anni e, considerando i tempi della giustizia amministrativa, senza una sospensiva un eventuale esito favorevole sarebbe potuto arrivare a divieto già terminato.
A sostegno del ricorso i 4 hanno raccontato chi erano, ricostruito le loro vite, i percorsi universitari, le attività e i loro progetti, spiegando perché si trovassero quel giorno in viaggio verso Torino. Avevano tra i 20 e i 22 anni. Nel caso del nostro inviato abbiamo inoltre documentato l’attività di informazione e documentazione svolta attraverso il collettivo, senza nascondere nulla del nostro percorso editoriale. Nonostante questo, il TAR del Piemonte ha respinto la richiesta di sospensione, mantenendo in vigore i fogli di via. A quel punto tre persone, tra cui M., hanno deciso di proseguire davanti al Consiglio di Stato. L’avvocato aveva prospettato, sulla base della sua esperienza, una possibile condanna alle spese di circa 1.000 euro a persona.
I tre avevano quindi deciso di procedere, ritenendo di poter sostenere il rischio, convinti che gli elementi presentati nel ricorso potessero essere sufficienti a ottenere una decisione favorevole. Nei primi giorni di agosto l’avvocato ci ha comunicato l’esito della sentenza: il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso e ha condannato i tre al pagamento di 3.000 € ciascuno al Ministero dell’Interno, per un totale previsto - una volta considerati gli accessori - di circa 13.000 €.
A sostegno del ricorso i 4 hanno raccontato chi erano, ricostruito le loro vite, i percorsi universitari, le attività e i loro progetti, spiegando perché si trovassero quel giorno in viaggio verso Torino. Avevano tra i 20 e i 22 anni. Nel caso del nostro inviato abbiamo inoltre documentato l’attività di informazione e documentazione svolta attraverso il collettivo, senza nascondere nulla del nostro percorso editoriale. Nonostante questo, il TAR del Piemonte ha respinto la richiesta di sospensione, mantenendo in vigore i fogli di via. A quel punto tre persone, tra cui M., hanno deciso di proseguire davanti al Consiglio di Stato. L’avvocato aveva prospettato, sulla base della sua esperienza, una possibile condanna alle spese di circa 1.000 euro a persona.
I tre avevano quindi deciso di procedere, ritenendo di poter sostenere il rischio, convinti che gli elementi presentati nel ricorso potessero essere sufficienti a ottenere una decisione favorevole. Nei primi giorni di agosto l’avvocato ci ha comunicato l’esito della sentenza: il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso e ha condannato i tre al pagamento di 3.000 € ciascuno al Ministero dell’Interno, per un totale previsto - una volta considerati gli accessori - di circa 13.000 €.
Perché non è un fatto solo nostro
Questa condanna, per la somma atipica e per lo sviluppo della vicenda, non possiamo percepirla come una semplice conseguenza amministrativa della giornata del 31 gennaio, ma come un provvedimento dal carattere punitivo. La decisione è arrivata il 31 luglio, a pochi giorni dalle forti tensioni attorno alle mobilitazioni No TAV. Sono gli stessi giorni in cui il ministro Crosetto ha descritto gli avvenimenti in Val di Susa come una forma di “guerriglia urbana”, arrivando a evocare un parallelismo con le Brigate Rosse. Ma al di là del contesto politico nel quale questa decisione è arrivata, ci sono due elementi della vicenda che riteniamo particolarmente gravi.
Il primo riguarda il modo in cui è stato trattato il nostro lavoro. Nonostante avessimo spiegato nel dettaglio perché M. si trovasse a Torino, il nostro lavoro giornalistico non ha ricevuto alcun riconoscimento. M. è stato trattato semplicemente come una persona in possesso di determinati oggetti (un casco da bici, una maschera antigas e un paio di occhialini da nuoto), senza che venisse considerata la loro funzione per l’attività di documentazione che svolgiamo.
È un principio che ci preoccupa perché, in questa impostazione, non serve necessariamente essere coinvolti in una condotta definita come “illecita”, ma basterà “trovarsi” nel posto sbagliato, avere con sé determinati oggetti ed essere ritenuti potenzialmente intenzionati a utilizzarli. Una tendenza che stiamo vedendo sempre più emergere nella gestione del conflitto sociale da parte dello stato, come l'introduzione del fermo preventivo. Il secondo elemento riguarda proprio questo passaggio: non viene sanzionato un fatto concretamente avvenuto, ma una presunta intenzione futura. Il provvedimento non interviene infatti su una condotta che M. ha tenuto durante una manifestazione, alla quale non ha nemmeno preso parte, ma sulla base della possibilità che quegli oggetti potessero essere utilizzati per violare la legge. Si passa così dalla sanzione di un comportamento alla valutazione preventiva di una persona sulla base di ciò che, secondo chi giudica, potrebbe essere portata a fare. Dal diritto che sanziona il fatto si è già passati negli anni a un diritto che sanziona le persone e le loro possibili intenzioni. Ed è questo il punto che riteniamo riguardare tutti. Se questa impostazione diventa un precedente, il problema non riguarda più esclusivamente cinque persone che quel giorno si stavano recando a Torino, ma può riguardare chiunque si trovi in una situazione analoga. Non è necessario essere coinvolti in uno scontro o commettere un reato: può bastare una presunzione su ciò che si potrebbe fare.
Il primo riguarda il modo in cui è stato trattato il nostro lavoro. Nonostante avessimo spiegato nel dettaglio perché M. si trovasse a Torino, il nostro lavoro giornalistico non ha ricevuto alcun riconoscimento. M. è stato trattato semplicemente come una persona in possesso di determinati oggetti (un casco da bici, una maschera antigas e un paio di occhialini da nuoto), senza che venisse considerata la loro funzione per l’attività di documentazione che svolgiamo.
È un principio che ci preoccupa perché, in questa impostazione, non serve necessariamente essere coinvolti in una condotta definita come “illecita”, ma basterà “trovarsi” nel posto sbagliato, avere con sé determinati oggetti ed essere ritenuti potenzialmente intenzionati a utilizzarli. Una tendenza che stiamo vedendo sempre più emergere nella gestione del conflitto sociale da parte dello stato, come l'introduzione del fermo preventivo. Il secondo elemento riguarda proprio questo passaggio: non viene sanzionato un fatto concretamente avvenuto, ma una presunta intenzione futura. Il provvedimento non interviene infatti su una condotta che M. ha tenuto durante una manifestazione, alla quale non ha nemmeno preso parte, ma sulla base della possibilità che quegli oggetti potessero essere utilizzati per violare la legge. Si passa così dalla sanzione di un comportamento alla valutazione preventiva di una persona sulla base di ciò che, secondo chi giudica, potrebbe essere portata a fare. Dal diritto che sanziona il fatto si è già passati negli anni a un diritto che sanziona le persone e le loro possibili intenzioni. Ed è questo il punto che riteniamo riguardare tutti. Se questa impostazione diventa un precedente, il problema non riguarda più esclusivamente cinque persone che quel giorno si stavano recando a Torino, ma può riguardare chiunque si trovi in una situazione analoga. Non è necessario essere coinvolti in uno scontro o commettere un reato: può bastare una presunzione su ciò che si potrebbe fare.
Cosa chiediamo
Per questo abbiamo deciso di trasformare questa vicenda in qualcosa di diverso, da caso singolo a caso collettivo. Chiediamo alla comunità che ci ha sostenuto in questi anni di aiutarci a superare questa emergenza, ma anche di contribuire a costruire una risposta solidale. Se riusciremo a raccogliere la cifra necessaria, avremo non soltanto affrontato una conseguenza economica che oggi ricade direttamente su M. come individuo, ma avremo dimostrato che a un precedente di questo tipo può essere contrapposto un altro precedente: quello della solidarietà concreta tra chi produce informazione, chi si mobilita e chi sostiene questi percorsi.
Per Chrono, inoltre, questo passaggio rappresenta un punto di non ritorno. Siamo ancora tre studenti poco più che ventenni e per anni abbiamo costruito questo progetto mettendo insieme studio, lavoro e attività del collettivo, rimandando una strutturazione più solida perché le nostre condizioni materiali non ce lo permettevano. Oggi non possiamo più permetterci di continuare a rimandare. Le conseguenze di quanto accaduto ci hanno mostrato concretamente quanto sia fragile un progetto che si regge quasi esclusivamente sul lavoro volontario e non riconosciuto di poche persone.
Il tipo di lavoro che vogliamo svolgere e il contesto nel quale questo lavoro viene sempre più spesso ostacolato ci impongono quindi un passaggio di scala. Quanto accaduto a un membro del nostro collettivo non è un episodio isolato. Negli ultimi mesi abbiamo visto pressioni e attacchi colpire anche altre realtà che svolgono una funzione di informazione, comunicazione e supporto al movimento, come nel caso di Autistici/Inventati. Pensavamo già da tempo che fosse arrivato il momento di strutturarci. Oggi quell'esigenza non è più rinviabile.
Ma prima di poterla affrontare, dobbiamo superare l'emergenza che abbiamo davanti. Per questo chiediamo un sostegno attivo attraverso una campagna di crowdfunding con un obiettivo pari a 4500€ per coprire la quota della condanna che ricade su M. Una volta raggiunto questo primo obiettivo, la raccolta resterà aperta anche al sostegno delle altre due persone coinvolte, con l’obiettivo di contribuire, per quanto possibile, alla copertura dell’intero costo della condanna.
Ai singoli che ci seguono, alle realtà con cui abbiamo condiviso pezzi di questo percorso, a chi ha riconosciuto in questi anni il valore del nostro lavoro e a chi ci incontra per la prima volta chiediamo un aiuto per superare questa fase. Chrono ha sempre cercato, nei limiti delle proprie possibilità, di sostenere chi si è impegnato, organizzato e battuto per costruire spazi di solidarietà e conflitto. Oggi siamo noi ad avere bisogno di quello stesso sostegno.
Per Chrono, inoltre, questo passaggio rappresenta un punto di non ritorno. Siamo ancora tre studenti poco più che ventenni e per anni abbiamo costruito questo progetto mettendo insieme studio, lavoro e attività del collettivo, rimandando una strutturazione più solida perché le nostre condizioni materiali non ce lo permettevano. Oggi non possiamo più permetterci di continuare a rimandare. Le conseguenze di quanto accaduto ci hanno mostrato concretamente quanto sia fragile un progetto che si regge quasi esclusivamente sul lavoro volontario e non riconosciuto di poche persone.
Il tipo di lavoro che vogliamo svolgere e il contesto nel quale questo lavoro viene sempre più spesso ostacolato ci impongono quindi un passaggio di scala. Quanto accaduto a un membro del nostro collettivo non è un episodio isolato. Negli ultimi mesi abbiamo visto pressioni e attacchi colpire anche altre realtà che svolgono una funzione di informazione, comunicazione e supporto al movimento, come nel caso di Autistici/Inventati. Pensavamo già da tempo che fosse arrivato il momento di strutturarci. Oggi quell'esigenza non è più rinviabile.
Ma prima di poterla affrontare, dobbiamo superare l'emergenza che abbiamo davanti. Per questo chiediamo un sostegno attivo attraverso una campagna di crowdfunding con un obiettivo pari a 4500€ per coprire la quota della condanna che ricade su M. Una volta raggiunto questo primo obiettivo, la raccolta resterà aperta anche al sostegno delle altre due persone coinvolte, con l’obiettivo di contribuire, per quanto possibile, alla copertura dell’intero costo della condanna.
Ai singoli che ci seguono, alle realtà con cui abbiamo condiviso pezzi di questo percorso, a chi ha riconosciuto in questi anni il valore del nostro lavoro e a chi ci incontra per la prima volta chiediamo un aiuto per superare questa fase. Chrono ha sempre cercato, nei limiti delle proprie possibilità, di sostenere chi si è impegnato, organizzato e battuto per costruire spazi di solidarietà e conflitto. Oggi siamo noi ad avere bisogno di quello stesso sostegno.